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Regime forfettario 2026: come si calcola la flat tax al 15% (e al 5%)

Regime forfettario 2026: soglia a 85.000 euro, imposta sostitutiva al 15% (5% i primi cinque anni), coefficienti di redditività per ATECO e un esempio completo.

By Vikas Dulgunde, Fintech software engineer building money and tax tools

Published 15 July 2026 · 8 min read

Rooftops and skyline of Rome, Italy
Photo: Emiliano Carchia · CC BY 3.0

Chi apre una partita IVA come professionista, artigiano o piccolo commerciante si trova quasi sempre davanti alla stessa scelta: regime forfettario o regime ordinario. Il forfettario sostituisce l’IRPEF progressiva, le addizionali regionali e comunali e l’IRAP con una sola imposta a percentuale fissa, calcolata su un reddito determinato in modo convenzionale. La Legge di Bilancio 2026 ha confermato l’impianto già in vigore, senza tagli né aumenti: soglia dei ricavi a 85.000 euro, imposta al 15% (ridotta al 5% nei primi cinque anni per le nuove attività) e la deroga a 35.000 euro sui redditi da lavoro dipendente. Vediamo come funziona il calcolo, passo per passo, con numeri reali.

Chi può accedere nel 2026

Il primo requisito riguarda i ricavi o i compensi dell’anno precedente: per restare nel regime, o per entrarvi, non devono superare 85.000 euro. Il superamento oltre i 100.000 euro comporta l’uscita immediata già nell’anno in corso, mentre tra 85.001 e 100.000 euro l’uscita scatta dall’anno successivo.

Ci sono poi due tetti che escludono l’accesso. Le spese per lavoro dipendente e collaboratori non possono superare 20.000 euro lordi l’anno. E chi ha anche un impiego da dipendente o una pensione resta fuori se quel reddito, nell’anno prima, ha superato 35.000 euro: è la soglia che la manovra 2026 ha prorogato, perché in assenza di intervento sarebbe tornata a 30.000 euro. Restano escluse altre situazioni, come chi partecipa a società di persone o controlla una SRL che svolge la stessa attività, e i non residenti (salvo alcune eccezioni per i residenti nella UE).

Il coefficiente di redditività

Nel regime ordinario il reddito è la differenza tra ricavi e costi effettivi. Nel forfettario, invece, i costi non contano: il reddito imponibile si ottiene applicando ai compensi incassati una percentuale fissa, il coefficiente di redditività, che dipende dal codice ATECO dell’attività. La formula è semplice:

Reddito imponibile lordo = compensi incassati x coefficiente di redditività

I coefficienti vanno dal 40% all’86%. La tabella qui sotto mostra quanto diventa imponibile un fatturato di 50.000 euro secondo la macro categoria (prima di dedurre i contributi previdenziali):

Attività (codice ATECO)CoefficienteImponibile lordo su 50.000 €
Commercio, alimentari, alloggio e ristorazione40%20.000 €
Commercio ambulante di altri prodotti54%27.000 €
Intermediari del commercio62%31.000 €
Altre attività economiche67%33.500 €
Professionisti e servizi tecnici, sanitari, finanziari78%39.000 €
Costruzioni e attività immobiliari86%43.000 €

Lo stesso fatturato produce quindi un imponibile molto diverso a seconda dell’ATECO. Il commerciante al dettaglio parte da un imponibile pari al 40% degli incassi, il professionista dal 78%. La differenza riflette la diversa incidenza dei costi presunta dal legislatore: il restante 22% del fatturato di un professionista, o il 60% di un negoziante, è la quota che si considera assorbita dalle spese, che non vengono più dedotte una a una.

L’imposta sostitutiva: 15% e 5%

Sul reddito imponibile, al netto dei contributi previdenziali versati, si applica l’imposta sostitutiva. L’aliquota ordinaria è del 15%. Per le nuove attività scende al 5% per i primi cinque anni, a patto di non aver esercitato la stessa attività (artistica, professionale o d’impresa) nei tre anni precedenti e di non essere la mera prosecuzione di un lavoro dipendente già svolto. Questa imposta sostituisce IRPEF, addizionali e IRAP: chi è in forfettario non entra negli scaglioni progressivi del calcolatore IRPEF, che partono dal 23% e arrivano al 43%.

I contributi previdenziali obbligatori restano l’unica voce deducibile dal reddito. Si tolgono dall’imponibile prima di calcolare il 15% (o il 5%), quindi versare i contributi riduce anche l’imposta dovuta.

I contributi previdenziali

Il tipo di contributo dipende dall’attività. I professionisti senza una cassa di categoria si iscrivono alla Gestione Separata INPS: per il 2026 l’aliquota è del 26,07%, applicata al reddito imponibile del forfettario. Gli artigiani e i commercianti versano invece alle proprie gestioni, con contributi in parte fissi sul minimale e in parte a percentuale sulla quota eccedente, e possono chiedere la riduzione del 35% prevista per chi è in regime agevolato. I professionisti iscritti a una cassa privata (avvocati, ingegneri, medici e altri) seguono le regole e le aliquote della loro cassa. Le aliquote e i massimali della Gestione Separata sono pubblicati ogni anno dall’INPS; per una stima puoi usare il calcolatore dei contributi INPS.

Un esempio pratico

Prendiamo una consulente (coefficiente 78%) iscritta alla Gestione Separata, che incassa 50.000 euro in un anno.

Il reddito imponibile lordo è 50.000 x 78% = 39.000 euro. I contributi INPS sono 39.000 x 26,07% = 10.167,30 euro. Questi contributi si deducono, quindi la base per l’imposta scende a 39.000 meno 10.167,30 = 28.832,70 euro. L’imposta sostitutiva al 15% è 28.832,70 x 15% = 4.324,91 euro. In totale, tra contributi e imposta, escono 14.492,21 euro e il netto è di circa 35.508 euro, il 71% del fatturato.

Se la stessa attività fosse alla sua partenza e potesse applicare il 5%, l’imposta scenderebbe a 1.441,64 euro e il netto salirebbe a circa 38.391 euro, quasi il 77% del fatturato. La differenza tra i due regimi, in questo caso, vale circa 2.883 euro l’anno per i primi cinque anni.

Il netto per fascia di fatturato

Le cifre qui sotto usano gli stessi parametri dell’esempio: consulente con coefficiente 78%, Gestione Separata al 26,07% e imposta ordinaria al 15%. Sono valori indicativi al lordo delle spese reali dell’attività, che nel forfettario non si deducono ma che vanno comunque sostenute.

FatturatoImponibile (78%)Contributi INPSImposta 15%Netto
20.000 €15.600 €4.066,92 €1.729,96 €14.203,12 €
30.000 €23.400 €6.100,38 €2.594,94 €21.304,68 €
40.000 €31.200 €8.133,84 €3.459,92 €28.406,24 €
50.000 €39.000 €10.167,30 €4.324,91 €35.507,79 €
60.000 €46.800 €12.200,76 €5.189,89 €42.609,35 €
85.000 €66.300 €17.284,41 €7.352,34 €60.363,25 €

La quota netta resta intorno al 71% del fatturato su tutta la fascia, perché sia i contributi sia l’imposta si muovono in proporzione al coefficiente. Chi ha un coefficiente più basso, come un commerciante al 40%, paga imposta e contributi su una base minore, ma parte anche da margini reali più stretti perché i costi di magazzino e gestione, non deducibili, incidono di più.

Forfettario o ordinario: quando conviene

Il forfettario premia chi ha pochi costi reali rispetto al fatturato. Un professionista che lavora da casa, con spese contenute, ottiene un imponibile convenzionale (78% degli incassi) spesso più basso del reddito che dichiarerebbe nell’ordinario, dove comunque non potrebbe scaricare granché. Al contrario, chi ha costi elevati, come un artigiano con materiali, mezzi e un capannone, potrebbe trovare l’ordinario più conveniente, perché lì i costi si deducono per intero.

Contano anche le detrazioni: nel forfettario non si possono portare in detrazione spese sanitarie, mutui, ristrutturazioni o familiari a carico, che invece riducono l’IRPEF nel regime ordinario. Chi ha molte di queste spese, o un reddito da lavoro dipendente accanto alla partita IVA, deve mettere sul piatto anche il valore di quelle detrazioni perse. Per un confronto con la busta paga da dipendente può aiutare il calcolatore dello stipendio netto.

Cosa cambia oltre l’imposta

Il forfettario non è solo un’aliquota bassa. Chi vi aderisce non addebita l’IVA in fattura e non la versa, quindi resta fuori dal meccanismo del calcolo dell’IVA: emette fatture senza imposta, con la dicitura di legge, e non detrae l’IVA sugli acquisti. Non applica la ritenuta d’acconto sulle proprie fatture, non subisce ritenute dai clienti, non è soggetto agli ISA e tiene una contabilità molto ridotta. Dal 2024 anche i forfettari sono tenuti alla fatturazione elettronica. Sono semplificazioni che riducono adempimenti e costi del commercialista, un vantaggio che pesa quanto l’aliquota per chi fattura cifre modeste.

Domande frequenti

Qual è la soglia del regime forfettario nel 2026? Il limite dei ricavi o compensi è 85.000 euro, confermato dalla Legge di Bilancio 2026. Fino a 100.000 euro l’uscita è dall’anno successivo, oltre 100.000 euro è immediata nell’anno stesso.

Quanto si paga di tasse in forfettario? Una sola imposta sostitutiva del 15% sul reddito imponibile al netto dei contributi, ridotta al 5% per i primi cinque anni delle nuove attività. Non si pagano IRPEF, addizionali e IRAP.

Come si calcola il reddito imponibile? Si moltiplicano i compensi incassati per il coefficiente di redditività del proprio codice ATECO (dal 40% all’86%). I costi effettivi non si deducono, tranne i contributi previdenziali obbligatori.

Posso restare in forfettario se ho anche un lavoro dipendente? Sì, purché il reddito da lavoro dipendente o da pensione dell’anno precedente non superi 35.000 euro. La Legge di Bilancio 2026 ha prorogato questa soglia, che altrimenti sarebbe scesa a 30.000 euro.

I contributi INPS si possono dedurre? Sì. I contributi previdenziali obbligatori sono l’unica spesa deducibile: si sottraggono dal reddito imponibile prima di applicare l’imposta, quindi riducono anche l’imposta dovuta.

Conviene sempre il forfettario? No. Conviene a chi ha costi reali bassi rispetto al fatturato e poche detrazioni da far valere. Chi ha spese elevate, o molte detrazioni per famiglia, mutuo e spese sanitarie, va confrontato caso per caso con il regime ordinario.

Fonti: Agenzia delle Entrate, regime forfetario, INPS, aliquote Gestione Separata 2026, Legge di Bilancio 2026 in Gazzetta Ufficiale. Informazioni di carattere generale, non consulenza fiscale.

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Vikas Dulgunde

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