Capire quanto entrerà davvero in conto corrente alla fine del mese non è facile. Tra IRPEF, contributi previdenziali, addizionali locali e detrazioni, la differenza tra lo stipendio lordo scritto sul contratto e il netto in busta paga può essere significativa. Vediamo come si calcola nel 2026 e cosa cambia con la Legge di Bilancio 2026, che ha tagliato la seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33%.
Stipendio lordo e netto: cosa cambia
Lo stipendio lordo è la retribuzione che il datore di lavoro riconosce al dipendente prima di qualsiasi trattenuta. Il netto è invece quello che resta dopo i contributi previdenziali, l’IRPEF e le addizionali regionali e comunali. In media, per un lavoratore dipendente italiano, il netto si attesta tra il 65% e il 75% del lordo, a seconda del reddito e della regione di residenza.
Puoi stimare rapidamente la tua busta paga con il calcolatore dello stipendio netto di National Calculators, inserendo il lordo annuo e qualche dato di base.
Le aliquote IRPEF nel 2026
La struttura resta a tre scaglioni, ma la Legge di Bilancio 2026 (Legge 199/2025) ha abbassato l’aliquota del secondo scaglione dal 35% al 33%. Le aliquote applicate al reddito imponibile sono:
- Fino a 28.000 euro: 23%
- Da 28.001 a 50.000 euro: 33%
- Oltre 50.000 euro: 43%
L’IRPEF è progressiva, quindi ogni scaglione paga la propria aliquota solo sulla quota di reddito che ricade in quella fascia. Chi guadagna 35.000 euro lordi non paga il 33% su tutto, ma il 23% sui primi 28.000 e il 33% solo sui 7.000 euro eccedenti. Il taglio vale fino a 440 euro l’anno per i redditi sopra i 50.000, somma che viene recuperata sui redditi oltre i 200.000 euro. Per il dettaglio aggiornato puoi consultare l’Agenzia delle Entrate.
Per i lavoratori dipendenti resta inoltre una “no tax area” di circa 8.500 euro, sotto la quale di fatto non si paga IRPEF grazie alle detrazioni per lavoro dipendente.
Contributi previdenziali INPS
Prima ancora dell’IRPEF, dal lordo viene tolta la quota di contributi a carico del dipendente, che finanzia pensione, malattia, maternità e altre prestazioni. Per la maggior parte dei lavoratori del settore privato l’aliquota è il 9,19% del lordo, con un punto percentuale aggiuntivo (10,19% in totale) sulla quota di retribuzione che supera la prima fascia annua, fissata in 56.224 euro per il 2026 dalla Circolare INPS 6/2026. Oltre il massimale contributivo di 122.295 euro non si versano più contributi, per chi è iscritto a una gestione pensionistica dopo il 1995. Le aliquote complete per categoria sono pubblicate sul sito dell’INPS.
I contributi sono deducibili dal reddito imponibile, quindi riducono la base su cui si calcola l’IRPEF.
Detrazioni e bonus che modificano il netto
Sul netto incidono diverse voci che riducono l’imposta dovuta:
- Detrazione per lavoro dipendente, che spetta a tutti i lavoratori subordinati e diminuisce all’aumentare del reddito.
- Trattamento integrativo (ex bonus Renzi), fino a circa 100 euro al mese per i redditi più bassi che rispettano i requisiti.
- Detrazioni per familiari a carico, spese sanitarie, mutui, ristrutturazioni e altri oneri dichiarati ogni anno.
Resta in vigore anche nel 2026 il pacchetto che ha sostituito il vecchio taglio contributivo del cuneo fiscale: un bonus non imponibile per i redditi da lavoro dipendente fino a 20.000 euro, calcolato in percentuale sul lordo, e una detrazione aggiuntiva di 1.000 euro per i redditi tra 20.000 e 32.000 euro, che si riduce fino ad azzerarsi a 40.000 euro. Le misure derivano dalla Legge 207/2024 e sono confermate, senza variazioni di importo, dalla Legge di Bilancio 2026 pubblicata in Gazzetta Ufficiale.
Addizionali regionali e comunali
Oltre all’IRPEF nazionale, ogni regione e ogni comune applicano una propria addizionale, calcolata sullo stesso imponibile dell’IRPEF e trattenuta l’anno successivo. L’aliquota regionale di base è dell’1,23%, ma diverse regioni la spingono fino a circa il 3,33%; l’addizionale comunale va da zero fino allo 0,9%. Sul nostro esempio da 30.000 euro lordi, con un imponibile di 27.243 euro, l’addizionale regionale di base vale circa 335 euro l’anno. Dove la regione si avvicina al tetto del 3,33% e il comune applica lo 0,9%, le due voci insieme possono arrivare intorno ai 1.150 euro l’anno sullo stesso stipendio, anche se molte regioni adottano aliquote ridotte sui primi scaglioni, quindi la cifra effettiva si colloca spesso nel mezzo. È per questo che lo stesso lordo a Milano, Napoli o Bolzano lascia in busta un netto diverso, per un divario che su un reddito medio vale di solito qualche decina di euro al mese.
Un esempio pratico
Un dipendente con 30.000 euro lordi annui, single e senza familiari a carico, paga 2.757 euro di contributi INPS (il 9,19%), che lasciano un imponibile fiscale di 27.243 euro. L’IRPEF lorda è di 6.265,89 euro (tutta nel primo scaglione al 23%), ridotta da circa 3.044 euro di detrazioni (quella per lavoro dipendente più i 1.000 euro del cuneo), per un’imposta netta di circa 3.222 euro. Il netto nazionale annuo è di circa 24.021 euro, intorno ai 2.002 euro al mese su dodici mensilità. Le addizionali regionali e comunali, non incluse qui, tolgono di solito qualche centinaio di euro in più. Puoi verificare il calcolo passo per passo con il calcolatore IRPEF.
Il netto per fascia di reddito
Le cifre nazionali qui sotto usano gli stessi parametri 2026 dell’esempio (INPS al 9,19%, gli scaglioni IRPEF 2026 e le detrazioni per lavoro dipendente più il credito del cuneo), per un dipendente single senza carichi di famiglia, ripartite su dodici mensilità. Non comprendono le addizionali regionali e comunali, che aggiungono qualche centinaio di euro a seconda di dove si vive.
| Reddito lordo | Contributi INPS | IRPEF netta | Netto nazionale | Al mese | Aliquota effettiva |
|---|---|---|---|---|---|
| 20.000 € | 1.838,00 € | 1.366,70 € | 16.795,30 € | 1.400 € | 16,0% |
| 25.000 € | 2.297,50 € | 1.826,65 € | 20.875,85 € | 1.740 € | 16,5% |
| 30.000 € | 2.757,00 € | 3.221,60 € | 24.021,40 € | 2.002 € | 19,9% |
| 35.000 € | 3.216,50 € | 5.042,03 € | 26.741,47 € | 2.228 € | 23,6% |
| 45.000 € | 4.135,50 € | 9.892,16 € | 30.972,34 € | 2.581 € | 31,2% |
| 60.000 € | 5.551,76 € | 15.612,74 € | 38.835,50 € | 3.236 € | 35,3% |
Il salto dell’aliquota effettiva tra 30.000 e 45.000 euro è il credito del cuneo che si esaurisce proprio mentre una quota maggiore di reddito supera i 28.000 euro e paga il 33%. Sotto i 25.000 euro circa le detrazioni tengono l’aliquota effettiva intorno al 16%, dove agiscono soprattutto la no tax area e il trattamento integrativo.
Domande frequenti
Cosa cambia per il 2026? La novità principale è il taglio della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33%, sulla fascia di reddito tra 28.000 e 50.000 euro. Per chi supera i 28.000 euro il risparmio cresce fino a un massimo di 440 euro l’anno, raggiunto a 50.000 euro di imponibile. Le detrazioni per lavoro dipendente e le misure del cuneo fiscale restano invariate rispetto al 2025, mentre l’INPS ha aggiornato le soglie: il 10,19% scatta oltre i 56.224 euro e il massimale sale a 122.295 euro.
Quante mensilità ci sono in busta paga in Italia? La maggior parte dei contratti collettivi prevede tredici mensilità, ma settori come commercio, turismo e alcuni comparti industriali ne contano quattordici. La quattordicesima è di norma corrisposta a giugno o luglio.
Perché due colleghi con lo stesso lordo hanno nette diverse? Le ragioni più comuni sono la regione e il comune di residenza, le detrazioni per familiari a carico, eventuali trattenute sindacali o conguagli, e le quote di previdenza complementare versate a un fondo pensione.
I contributi INPS sono persi? No. Vanno a costruire l’assegno pensionistico futuro e danno diritto a indennità per malattia, maternità, disoccupazione e altre prestazioni. Si possono anche dedurre dal reddito imponibile ai fini IRPEF.
Quanto resta in percentuale al crescere del reddito? Su queste cifre nazionali la quota netta scende da circa l’84% a 20.000 euro a circa il 65% a 60.000 euro, prima delle addizionali regionali e comunali. La parte maggiore del calo avviene tra 30.000 e 45.000 euro, dove la detrazione da 1.000 euro del cuneo si azzera e una quota crescente di reddito è tassata al 33% invece che al 23%.